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Anticipo pensionistico (Ape) anche per il Pubblico Impiego: come cambia l’’uscita (flessibile) dal lavoro

L’ufficialità non c’è ancora ma, secondo le ultime indiscrezioni, la certezza è vicina: l’Ape, l’anticipo pensionistico creato dal Governo, potrà essere utilizzato anche dai dipendenti pubblici. Ciò consentirà ai nati tra il 1951 e il 1954 di lasciare il lavoro tre anni prima di quanto previsto dalla Legge Fornero. “L’anticipo pensionistico – afferma il sottosegretario alla presidenza del consiglio Tommaso Nannicini, intervistato dal programma di Rai3 “Presadiretta” – è per tutti, indipendentemente dalla gestione previdenziale. Quindi vale per gli autonomi, per le partite Iva della gestione separata, artigiani, commercianti». Come riporta il Corriere della Sera, nell’intervista Nannicini non cita espressamente i dipendenti pubblici, “ma, dopo qualche oscillazione nelle settimane passate, ormai è certo che la misura riguarderà anche loro”.

La pensione anticipata ipotizzata da Renzi a partire dal 2017 potrà essere elargita anche a tutti i dipendenti statali: non conterà, pertanto, la provenienza della gestione previdenziale. Va detto a tal riguardo che l’accordo sull’anticipo pensionistico, dopo il vertice di ieri tra governo e sindacati, non è ancora ufficiale,ma  è ormai ad un passo dal traguardo.

Ecco cosa stabilisce l’ultima mediazione emersa tra Governo e sindacati: potranno accedere al cosiddetto Ape tutti quei lavoratori (350 mila il primo anno, secondo le stime del governo) cui mancano tre anni e sette mesi alla pensione di vecchiaia. A partire dal 1° gennaio 2017 (a patto che l’accordo venga firmato entro il 21 settembre) potranno andare in pensione, pagando una rata ventennale, i lavoratori con 63 anni di età. Il prestito sarà sperimentato per due anni e la spesa pubblica prevista non dovrebbe superare per questo i 400 milioni di euro.
Nello specifico il sistema di anticipo pensionistico (Ape) consentirà a tutti i lavoratori nati tra i 1951 e il 1954 di andar via in anticipo di uno, due o tre anni e sette mesi, accollandosene però in parte il costo: chi richiede il beneficio sottoscriverà infatti un prestito previdenziale ventennale, il quale avrà un costo variabile a seconda dell’ammontare della pensione e della durata dell’anticipo. Una flessibilità molto conveniente per le categorie disagiate, ma al contrario molto costosa e penalizzante (fino al 25% dell’importo della pensione) per gli altri lavoratori che volontariamente decideranno di lasciare il lavoro.

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Secondo le indiscrezioni emerse dal vertice di ieri sarebbero confermate tutte le agevolazioni per consentire un accesso all’Ape senza costi per i disoccupati, i disabili e i lavoratori privi di ammortizzatori sociali. In questo caso l’intera rata di ammortamento andrebbe a carico dello Stato. Si lavorerebbe anche per includere in questo beneficio i lavori particolarmente pesanti (in ballo l’ipotesi dei lavoratori dell’edilizia, della scuole di infanzia, macchinisti ed infermieri) purché l’importo della pensione sia inferiore 1.200 euro netti (ovverosia 1.500 euro lordi). Da questo livello in su, invece, potrebbe profilarsi una mini-rata dell’1% al mese per ogni anno di anticipo. Fiducioso in merito al raggiungimento di un accordo il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, il quale afferma: “All’inizio della prossima settimana si dovrebbe essere vicini a una definizione precisa”.


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