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Anche la Pa è soffocata da leggi caotiche

La lettera ai dipendenti pubblici è un’iniziativa disruptive rispetto al passato. Per la prima volta un Governo si rivolge direttamente ai propri funzionari, illustrando un progetto di riforma, sul quale attende osservazioni e suggerimenti. Al di là del giudizio di merito (sia rispetto ai contenuti che ai tempi di realizzazione) l’iniziativa è molto positiva perché, prescindendo dalle frasi a effetto che l’hanno preceduta, sottintende una volontà di condividere un percorso, tanto più importante se si considera che una riforma profonda qual è quella che si prospetta, difficilmente potrà andare in porto con l’ostilità dell’apparato. Il dialogo, partito senza intermediazione sindacale fra il Governo e i funzionari, evoca in qualche modo la possibilità che il successo del progetto sia affidato a un patto, magari non formalizzato, che impegni gli uomini di buona volontà a percorrere la strada delle riforme senza sabotarle. I patti si sa richiedono un impegno reciproco e quello del Governo non sembra ancora sufficiente a offrire al proprio apparato, come contropartita di una sostanziale collaborazione, una veloce semplificazione e stabilizzazione del quadro regolamentare, premessa indispensabile perché la burocrazia possa operare nel senso desiderato. Infatti, sul versante regolamentare, a parte la riforma del Senato e la controriforma del Titolo V della Costituzione, che hanno una loro concretezza almeno sulla carta ma i cui effetti comunque si percepiranno in tempi lunghi, per il resto siamo di fronte a progetti preliminari o a dichiarazioni di principio.

Bisogna invece prendere atto che da troppi anni ormai una legislazione ipertrofica e contraddittoria, perché costantemente emergenziale, guida e vincola i comportamenti della Pa: dalla montiana prima spending review alle annuali leggi di stabilità, centinaia di commi, spesso raccolti in un unico articolo, costringono gli operatori a un lavoro defatigante di approfondimento, perché la legge di oggi nasconde in un comma – avulso magari dall’oggetto del provvedimento – la modifica di una disposizione della legge di ieri, in attesa che la legge di domani la ripristini.

Un esempio per tutti: un testo fondamentale qual è quello sui contratti pubblici è stato cambiato un’infinità di volte (e lo sarà di nuovo come ci informa la lettera), con modifiche spesso intervenute prima che quelle precedenti entrassero in vigore. E che dire della Tasi? E del regime delle partecipate? Ma non è finita, perché per ogni norma fioccano interpretazioni e circolari attuative che provengono da autorità diverse, che spesso si esprimono in modo contrastante, non solo fra di loro, ma anche al proprio interno, con la conseguenza di immettere altra sabbia negli ingranaggi della burocrazia, che ha molte colpe, ma non può averle tutte.

I poli della semplificazione reale infatti sono due e uno di questi, quello regolamentare, sta a monte della burocrazia. Non tenerne conto o non esserci riusciti ha impedito alle precedenti riforme (Bassanini e Brunetta) di raggiungere gli obiettivi prefissati, nonostante il plauso generale dal quale erano accompagnate, perché si è voluto agire sull’apparato e non sul contesto. Certamente è difficile operare in tal senso. Nessun governo ci è riuscito: i testi unici promessi non si sono mai visti e l’abolizione di norme ha riguardato in realtá leggi già di fatto sostituite da altre. Negli ultimi tempi, paradossalmente, la burocrazia è anch’essa, insieme alle famiglie e alle imprese, vittima di una legislazione caotica, ormai solo emergenziale, dalla quale arrivano messaggi incoerenti, contraddittori e ripetitivi.

Semplificare e stabilizzare il quadro normativo vale quanto riformare gli apparati. Fare chiarezza su questo punto è importante per ridare certezze a tanti operatori che credono nel loro lavoro. Bisogna prendere atto che la burocrazia è lo specchio della legislazione: il pane che produce ha il sapore della farina che le fornisce il legislatore, che troppo spesso è di scarsa qualità.

Perciò, accanto alla riforma della Pa, è necessaria una regulamentary spending, per liberare la burocrazia dalla paralisi indotta dalla ragnatela legislativa e per ridare fiato a famiglie e imprese, attraverso una semplificazione reale.

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