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Alla class action manca ancora la qualità

La class action attende ancora gli standard di qualità. Per i non pochi ritardatari è partita giovedì scorso una lettera di sollecito di Renato Brunetta. Il ministro della Pubblica amministrazione invita gli altri colleghi a recuperare il tempo perduto ed elaborare al più presto i parametri sulla base dei quali dare il voto al lavoro degli uffici. È il caso dei ministeri Ambiente, Sviluppo, Lavoro, Salute, Istruzione. Il richiamo di Brunetta, però, è stato indirizzato anche agli altri dicasteri, i quali – seppure hanno già approntato gli standard – non li hanno ancora comunicati alla Pubblica amministrazione. Si trovano in questa condizione l’Economia, le Politiche agricole, gli Esteri, la Difesa, l’Interno, la Giustizia e i Beni culturali. La comunicazione dei parametri è fondamentale, perché sulla loro base la Pubblica amministrazione deve predisporre – così come vuole l’articolo 7 del decreto legislativo 198/2009, che ha regolamentato la class action pubblica – uno o più Dpcm con i quali dare il via alla piena operatività dell’azione collettiva. Tuttavia, non sono solo i ministeri a segnare un grave ritardo. Anche gli enti pubblici avrebbero dovuto, dalla fine del 2010, essere al passo con i misuratori delle performance e invece la loro pattuglia è ancora più sguarnita di quella dei dicasteri. Discorso a parte per gli enti locali: pure loro non si sottraggono agli standard di qualità, ma hanno a disposizione tempi meno stretti di quelli riservati alle amministrazioni centrali. A causa del ritardo degli standard, la class action pubblica va avanti a scartamento ridotto. Anche se è in buona compagnia, perché pure quella “civile” non ha fin qui raccolto grandi successi. Sebbene la scorsa settimana la corte d’appello di Torino abbia dato l’ok all’azione contro Intesa Sanpaolo per l’applicazione della commissione sullo scoperto di conto corrente, si tratta pur sempre della seconda azione ammessa in due anni. Sul fronte pubblico, una circolare emanata da Brunetta a inizio 2010 ha consentito di far comunque partire le azioni collettive laddove un’amministrazione non rispetti tempi indicati dalla legge o dove si contravvenga alle indicazioni di una carta di servizi. E questo ha permesso di presentare i primi ricorsi al Tar Lazio, uno dei quali è stato anche deciso in appello dal Consiglio di Stato (si veda la tabella a fianco). Si tratta comunque di un’applicazione parziale dello strumento della class action. Per andare a regime, infatti, l’azione collettiva ha bisogno degli standard di qualità, cioè degli indici in grado di misurare accessibilità, tempestività, trasparenza ed efficacia dei servizi che le amministrazioni erogano al pubblico. Era stata la Civit (la commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle pubbliche amministrazioni, insediata presso il ministero di Brunetta) a fissare, nel giugno 2010, le linee guida sulla base delle quali ministeri, enti e amministrazioni locali devono elaborare i propri standard. Un compito non facile, perché si tratta della prima volta che gli uffici pubblici sono chiamati a predisporre parametri di misurazione dell’efficienza, parametri che se non rispettati possono far partire la class action. E se i ritardi dei primi tempi si potevano imputare alla necessità per le amministrazioni di studiare la novità, le assenze attuali sanno, invece, di vera e propria inadempienza. C’è, però, da dire che i ricorsi svelano solo una parte dell’andamento della class action. Prima di finire davanti ai giudici amministrativi, la causa conosce il momento preliminare ed obbligatorio della diffida verso l’amministrazione perché rimedi alle mancanze lamentate dai cittadini. Nel caso l’ufficio pubblico non corra ai ripari entro 90 giorni, allora si può ricorrere all’azione collettiva vera e propria. Le esperienze di quasi due anni dimostrano, però, che in molti casi è sufficiente la diffida per indurre le amministrazioni al ripensamento.

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