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Al Sud l’industria arretra

ROMA – Non ci sono solo le incertezze su Termini Imerese e Pomigliano o le vertenze sul distretto del mobile e sul polo della cantieristica. E non c’è solo il rischio di fuga delle multinazionali. Ciò che resta dell’industria nel Mezzogiorno è un tessuto di imprese che con la crisi dell’ultimo biennio sembrano aver perso il treno, già estremamente lento, del recupero. Oggi la Svimez presenta il rapporto annuale abbinando deindustrializzazione e disoccupazione al Sud con numeri pesanti: nel solo 2009 sono stati persi 61mila posti nell’industria manifatturiera con un calo annuo del 7%, oltre tre punti in più rispetto al Centronord. Nel 2008-2009 sono andati in fumo 100mila unità di lavoro mentre l’universo industriale settentrionale, a più alta intensità di fabbriche, reggeva almeno parzialmente l’urto con il ricorso massiccio alla cassa integrazione. Il biennio alle nostre spalle ha modificato gli standard di efficienza allargando i vecchi divari. Mentre le imprese manifatturiere del Centro-nord avviavano la transizione verso una struttura più evoluta, quelle meridionali finivano per privilegiare un utilizzo più flessibile del fattore lavoro o peggio, nel caso di micro-imprese, lambivano pericolosamente l’economia informale. La struttura di ricerca guidata dal direttore Riccardo Padovani e dal vicedirettore Luca Bianchi aggancia le statistiche alla complicata attualità. «Le cronache di questi mesi sugli stabilimenti Fiat di Termini e Pomigliano – si legge nel rapporto – evidenziano il rischio di spiazzamento che la nuova divisione internazionale del lavoro può determinare in aree che non possono essere concorrenziali sul costo del lavoro». Aree che, attraverso la chiusura di grandi impianti, potrebbero andare incontro a «forme di desertificazione » del tessuto di piccole industrie collegate. Dall’analisi Svimez su un campione di imprese presenti nelle indagini Unicredit, emerge che solo una quota risicata mette a segno miglioramenti competitivi. Da un lato ci sono poche, e sempre meno, grandi imprese, quasi sempre di proprietà esterna all’area, dall’altra una messe di piccole aziende locali orientate al mercato interno, per le quali l’innovazione è residuale. Tutto questo, annota la Svimez, mentre gli aiuti alle imprese, soprattutto quelli a sviluppo regionale, sono in costante diminuzione. Il risultato è un arretramento anche rispetto alle aree deboli di altri paesi Ue. Nel 2004-2008 la variazione cumulata del prodotto industriale è risultata negativa del 2,4%, a fronte del +2,8% nel Centro-nord e in presenza di incrementi medi complessivi del 9,8% per la Ue a 27. Mentre le zone in ritardo di Germania e Spagna facevano crescere l’export rispettivamente del 14,5 e 9,4%, le regioni italiane dell’ex Obiettivo 1 si fermavano al 6,9%. E nel 2009 la caduta di output industriale è stata, con l’eccezione di Germania e Finlandia, quella di entità più ampia. Differenziali che si estendono anche al mercato del lavoro. Campania, Basilicata, Sicilia e Calabria si collocano tra le ultime 10 nel ranking dei tassi di occupazione giovanile con valori al di sotto del 16%. La «questione giovanile » è il tema forte del capitolo Svimez sugli impatti sociali della crisi. Al Sud è stata colpita soprattutto la generazione di chi ancora cerca lavoro o lo ha appena trovato: nel 2009 gli occupati dai 15 ai 34 anni sono diminuiti di 175mila unità (-9% a fronte del -6% al Centro-nord). Molti di loro, insieme agli emigranti di “ritorno” che hanno perso il lavoro al Nord, finiranno per aggiungersi all’esercito di donne e uomini, quasi 6,5 milioni, che gravita tra lavoro sommerso e ricerca estemporanea di lavori saltuari, fuori dai canali monitorati. L’eredità della crisi è destinata a pesare ancora a lungo su sviluppo e contesto sociale. Per il Sud, che con la recessione è ritornato in termini di Pil ai livelli di inizio anni duemila, si prospetta ora la sfida del federalismo fiscale. Un’occasione per guadagnare efficienza, ridurre sprechi e magari concentrare più saggiamente le risorse per la crescita. Con un caveat non da poco segnalato dalla Svimez: nella definizione di costi standard il legislatore dovrebbe considerare numerosi altri elementi, «dal peso dei fattori di scala e della struttura della popolazione e del territorio, all’incidenza delle attività produttive, ai differenziali di reddito pro capite».

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