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Al Sud governatori dimezzati

Il federalismo fiscale salverà il Sud dal “rischio estinzione” denunciato dall’ultimo rapporto Svimez? Rilancerà un sistema produttivo tagliato fuori (in gran parte) dalla corsa globale, impoverito da una de-industrializzazione senza precedenti e dal crollo della domanda interna, specchio di milioni di meridionali che non hanno i soldi per pagare una visita medica? Restituirà speranze all’ultima area depressa dell’Europa avanzata? L’assenza di analisi sul tema e l’assordante silenzio di economisti, giuristi e opinion leader – insieme al proliferare di “tifosi” federalisti o neocentralisti, che intasano i media di spot e slogan pro o contro, a prescindere – non sono certo buoni segnali. L’opinione pubblica italiana giunge distratta, impreparata e inconsapevole a una riforma vitale, che ridisegna radicalmente il rapporto cittadino-potere pubblico e la competitività dei nostri territori. Tutto sarà deciso “in contumacia” rispetto alle élite del paese e sarà tristemente relegato alla logica fuorviante dello scontro politico. I più critici contro il federalismo fiscale si sono scagliati, finora,contro l’avvento del finanziamento delle regioni sulla base dei costi standard per sanità, assistenza, istruzione e servizi pubblici essenziali. Ma è un falso bersaglio. L’introduzione dei costi standard risponde a un criterio di buon senso economico e punta a responsabilizzare gli amministratori locali “cialtroni”, per dirla alla Tremonti, spezzando quella catena delle irresponsabilità che ha costretto finora i cittadini a pagare con tasse, addizionali e servizi scadenti l’incapacità (o la scarsa onestà) dei propri amministratori. È giusto chiedere a gran voce, semmai, che la nuova etica “contabile” delle amministrazioni locali sia garantita anche da sanzioni draconiane contro politici e funzionari protagonisti di “mala gestio” (prevedendo in questi casi l’ineleggibilità dei politici e azioni di responsabilità civile automatiche nei confronti di dirigenti e funzionari pubblici). Il vero punto critico del federalismo fiscale è, tuttavia, un altro e ad oggi è rimasto (incredibilmente) nell’ombra. Secondo la legge delega, le altre funzioni regionali saranno finanziate in base alla capacità fiscale pro-capite degli abitanti. Ovvero: regioni come Lombardia e Veneto, che oggi sono “finanziatrici nette” del sistema Italia perché spendono rispettivamente 5mila e 3mila euro in meno per abitante di quanto i loro stessi abitanti pagano al fisco nazionale, recupereranno parte di questo denaro, mentre nelle regioni del Sud tutte o quasi le com-petenze trasferite dalla riforma del Titolo V in materia di sviluppo saranno prive di finanziamento. Triste destino quello della nuova classe di governatori meridionali: eletti per rilanciare il Sud e rinnovarne profondamente la cultura di governo, verranno costretti (dalla loro stessa maggioranza) prima a saldare il conto salatissimo della mala-gestione sanitaria dei predecessori imponendo aumenti Irpef e Irap ai loro elettori, poi paradossalmente saranno ridotti dal federalismo fiscale al ruolo di meri gestori di una rete di ospedali. Senza più leve per promuovere l’imprenditorialità, l’innovazione, la ricerca, la competitività dei sistemi produttivi locali. Senza un piano strategico di rilancio del Sud – annunciato un anno fa dal governo, non s’intravvede ancora all’orizzonte – che fornisca loro strumenti e flessibilità per attrarre capitali privati nei loro territori e, dulcis in fundo, con la certezza di perdere entro tre anni i fondi europei delle politiche di coesione. È sul terreno dello sviluppo, dunque, che il federalismo fiscale rischia di produrre una “secessione silenziosa”: «compromettendo la coesione nazionale, approfondendo le divisioni e riducendo la competitività del sistema economico» come ha segnalato qualche giorno fa il presidente della Camera Gianfranco Fini. Sarebbe forse la pietra tombale sulle speranze di rinascita del Sud, in una fase storica nella quale i meridionali sembrano vittime di una sorta di “rassegnazione etnica”: non sognano più, non ambiscono a un futuro diverso. «Il governo d’Italia è stato vigliacco, col Mezzogiorno. Sa di poter osare tutto quaggiù; e, nel fatto, può tutto osare e tutto osa quaggiù», scriveva Giustino Fortunato nel 1901. Siamo ancora in tempo perché la storia non si ripeta.

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