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Al limite della rottura

E’ una vera fortuna che le risatine e gli ammiccamenti di Bruxelles fra Sarkozy e la Merkel – il primo più della seconda – siano solo il frutto di un «malinteso», come hanno spiegato ieri due note dei rispettivi governi. È bene che certe ombre siano spazzate via in fretta all’interno dell’Unione, visto che per tutti c’è poco da ridere. Così Berlusconi si è preso la magra soddisfazione di ricordare a francesi e tedeschi i problemi delle loro banche. Romano Prodi non ha nascosto d’essersi sentito «irritato e poi umiliato come italiano». Casini, dal canto suo, era stato il primo, già domenica sera, a dire che «nessuno può ridicolizzare l’Italia, nonostante gli evidenti errori di Berlusconi». Chiuso l’incidente, peraltro tutt’altro che irrilevante, resta la cruda realtà. Quella di un’Italia priva di credibilità al di là dei confini come mai era avvenuto nella sua storia recente. Riguadagnare il rispetto perduto, evitando altri sfortunati malintesi, sarà un lavoro né breve né facile per chiunque governerà domani. Quel che è certo, per ora siamo nella massima incertezza e la nebbia è fitta. Le beghe domestiche sono ormai sovrastate dall’urgenza della questione europea. Essere «commissariati» dall’Unione offre il vantaggio di venire sospinti da una forza superiore lungo un sentiero virtuoso, ma richiede che le forze politiche siano coese e ben convinte della ricetta d’oltralpe. Non è il caso italiano. La frattura dentro l’esecutivo sulle pensioni fra Pdl e Lega è paralizzante, come si è visto con lo sconcertante nulla di fatto del Consiglio dei ministri. Si dirà che c’è ancora tempo prima del nuovo vertice europeo di domani. Ma il problema è che ci vorrebbe un accordo saldo, convincente, in grado di aprire una nuova prospettiva in sintonia con i princìpi fissati dalla Banca centrale. Viceversa siamo davanti al bivio: da un lato, una rottura conclamata e la crisi del governo Berlusconi, ossia la fine di una stagione durata quasi diciotto anni; dall’altro, il solito compromesso di breve respiro, ricavato a fatica da una notte di negoziati estenuanti. Un gioco di prestigio per salvare la faccia in Europa e la sopravvivenza del patto politico Berlusconi-Bossi in Italia. Ebbene, stavolta questo doppio scenario sembra impossibile. Le capre e i cavoli non stanno insieme. Se il presidente del Consiglio si presenta domani a Bruxelles con un pugno di mosche, ossia senza impegni precisi e decisioni ratificate, lo smacco sarà totale e le conseguenze catastrofiche. E in quel caso c’è da credere che verranno travolte anche le alchimie che reggono il governo a Roma. Proprio perché la logica europea è pressante, essa è perfettamente capace di sconvolgere il piccolo cabotaggio domestico: quel «teatrino della politica» contro cui a parole il premier si scagliava, salvo poi restarne prigioniero consenziente. Mai come oggi siamo vicini al punto di rottura fra Berlusconi e la Lega. Il fatto è che nessuno sa esattamente cosa ci sarà dopo. Sulla linea del Piave, cioè la linea della Bce, troviamo quasi soltanto il terzo polo di Casini e Fini. Se si guarda a sinistra, sappiamo che il Pd è diviso – e non da oggi – sulla riforma delle pensioni. La posizione europea piace a Enrico Letta, ma è contestata dagli ambienti che non vogliono infrangere il legame con la Cgil (e ieri Susanna Camusso non ha lasciato dubbi sul punto di vista del sindacato). Bersani cerca di tenere uniti i due lembi, ma a scapito della chiarezza. Sullo stesso tema Di Pietro concede poco e Vendola nulla. Si può immaginare in questi frangenti un governo di transizione, affidato a un nome logicamente diverso da quello di Berlusconi? Un nome, se possibile, al di sopra delle parti, tale da suscitare attenzione in Europa? Allo stato delle cose ci vuole molta immaginazione per crederlo, considerando che un tale esecutivo richiederebbe parecchie pre-condizioni: la “non belligeranza”, anzi il consenso di Berlusconi; la compattezza del Pdl; la buona volontà dei centristi; il sostegno o almeno la non ostilità del centrosinistra; un Pd che non teme di essere scavalcato dai vendoliani. Tutto è possibile, ma oggi la sensazione è di trovarsi ai piedi di una grande montagna da scalare. I pericoli che incombono sulla nazione sono enormi e la politica una volta di più si dimostra in grave ritardo. Stamane la «Padania», organo di Bossi, titola: «Scontro finale. La Lega non arretra di un passo». Questo è il dato italiano, il resto sono illusioni. A meno di una forte volontà politica e di una leadership di cui non si vede traccia.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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