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Abolire l’Imu-Tasi darebbe alle famiglie un risparmio fiscale di 17 euro/mese e non rilancerebbe né i consumi né l’economia

Fonte: Italia Oggi

Ormai è un coro quello che si sta levando contro il funerale della Tasi, annunciata da Matteo Renzi per il 16 dicembre. Perfino il sito degli economisti bocconiani lavoce.info, diventato assai più clemente verso il governo dopo la nomina di Tito Boeri a presidente dell’Inps, in pochi giorni ha dedicato due sonore bocciature all’idea del premier, firmate da Paolo Brunori, docente all’università di Bari, e da Massimo Bordignon, economista di punta della Cattolica di Milano. Critiche che si sommano a quelle del centro studi Nomisma e di un osservatorio specializzato come Scenari immobiliari, per nulla convinti che la cancellazione dell’Imu e della Tasi sulla prima casa possano rilanciare l’edilizia, e ancor meno i consumi. In pratica, una mossa azzeccata sul piano elettorale, ma inefficace per il rilancio dell’economia.

Servendosi dei dati dell’Agenzia delle entrate, Nomisma ricorda che nel 2014 il gettito Tasi-Imu è stato pari a 3,5 miliardi, in calo del 12,6% rispetto ai circa 4 miliardi del 2012. In media, i proprietari di prima casa hanno pagato 204 euro, contro i 227 nel 2013. Il risparmio fiscale che ne avrebbero il 76,6% delle famiglie che vivono in casa di proprietà (circa 8 milioni) sarebbe dunque pari a 17 euro al mese. «Un risultato modesto», sostiene Nomisma, «pari a poco più di un quinto del bonus da 80 euro introdotto a partire dal maggio 2014 per i lavoratori dipendenti che guadagnano fino a 26 mila euro l’anno». Ne consegue che l’impatto sui consumi, giudicato assai deludente nel caso degli 80 euro, «sarebbe assai minore». Cioè, zero.

Che l’abolizione dell’Imu-Tasi sulla prima casa possa rilanciare il mercato immobiliare, viene poi escluso da Mario Breglia (Scenari Immobiliari): «La crisi del mercato delle case è dovuta a quella economica generale e alla disoccupazione, più che alle tasse. E una riduzione dell’Imu-Tasi, quale sarebbe l’abolizione dell’imposta solo sulla prima casa, non può invertire il trend del mercato», ha detto a Linkiesta. «Se continuasse la ripresina in atto, al massimo si passerà da 550 mila scambi del 2015 a 600 mila nel 2016. La crisi delle costruzioni private e delle opere pubbliche persiste, mentre l’unico settore a muoversi è quello delle ristrutturazioni».

Durissima anche la bocciatura da parte di Massimo Bordignon, direttore dell’Istituto di economia e finanza della Cattolica, che su lavoce.info ne fa subito una questione più politica che economica: «Deve essere il cane di Pavlov: appena un leader politico italiano si sente in difficoltà, la reazione automatica è di annunciare l’abolizione dell’imposta sulla prima casa. Mossa che più popolare di così non si può, in un Paese dove l’80 per cento delle famiglie vive in una casa di proprietà; ma mossa anche poco sensata, e indicativa di una situazione di debolezza piuttosto che di forza».

Passando al quantum, Bordignon sostiene che «il problema non sono tanto i soldi, anche se trovare 3,5 miliardi entro il 2016 (che diventano 5 miliardi se si aggiunge l’Imu agricola e quella sugli imbullonati) non è esattamente una barzelletta. L’assurdo è partire avendo già deciso che il problema principale è rappresentato dall’imposizione sulla prima casa, e non dalle miriadi di altre nefandezze che l’attuale tassazione immobiliare comporta, compreso l’eccesso di prelievo sui trasferimenti di proprietà e sulle imprese».

Parole sacrosante, visto che l’imposta di registro (2%) per l’acquisto di una prima casa da privato del valore di 200 mila euro ammonta a 4mila euro, balzello che sale al 4% di Iva (8 mila euro) se il venditore è un’impresa non esente, e al 9% (18 mila euro) per una seconda casa dello stesso valore, più altri balzelli quali le imposte ipotecarie e catastali.

Per Bordignon sarebbe comprensibile una sostanziale esenzione da Imu-Tasi dei nuclei familiari più poveri. «Ma perché si debbano esentare a priori anche le famiglie medio-ricche, probabilmente tassandole da qualche altra parte in modo più distorsivo, non è chiaro». Non solo. «La local tax doveva rappresentare il fulcro dell’autonomia fiscale dei Comuni e della responsabilizzazione degli amministratori locali: come lo si possa fare esentando a priori quelli che votano, cioè i residenti, non si capisce. Chissà cosa avrebbe detto il Renzi sindaco delle proposte del Renzi presidente del Consiglio».

L’accusa più velenosa arriva infine dall’economista Paolo Brunori, che in pratica accusa Renzi di agevolare gli evasori fiscali: «La Tasi sulla prima casa è uno strumento pragmatico per il recupero dell’evasione fiscale, valido soprattutto quando il reddito dichiarato da una famiglia è molto basso rispetto all’elevato valore catastale della casa in cui abita». Motivo più che sufficiente, sostiene, per non abolire l’Imu-Tasi in nessun caso, neppure sulla prima casa.

L’alternativa? Invece che sull’Imu-Tasi, come ItaliaOggi sostiene da giorni, il governo farebbe bene a intervenire sul cuneo fiscale, che è la differenza tra quanto un lavoratore costa a un’impresa per tasse e contributi e il netto in busta paga. In Italia questo costo è superiore di 13 punti alla media Ocse, ed è ciò che fa la differenza quando un’impresa sceglie il Paese in cui investire. In Spagna il cuneo fiscale è di 8 punti inferiore al nostro: guarda caso, la sua ripresa è più sostenuta che da noi.

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