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2050, anziani quasi raddoppiati E spariranno due familiari su tre

ROMA – In Italia ci sono almeno 2,6 milioni di persone non autosufficienti, cioè non in grado, per disabilità legate alla salute, di badare a se stesse. Di queste, 2 milioni sono anziani. Il problema riguarda circa una famiglia su 10 ed è destinato ad aggravarsi visto l’invecchiamento della popolazione. Per fronteggiarlo non si può pensare di contare sulla sola assistenza pubblica, peraltro già molto carente, ma bisognerà puntare sui fondi sanitari integrativi, in grado di meglio organizzare la spesa privata che del resto è già ingente, tra spese per badanti e case di degenza. L’adesione a tali fondi dovrà essere all’inizio volontaria e poi, se ci sarà consenso delle parti sociali, obbligatoria. Tali analisi e proposte sono contenute nel «Rapporto sulla non autosufficienza» che sarà presentato domani dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Un futuro già scritto. Già oggi in Italia le persone con più di 65 anni sono oltre il 20% della popolazione, saranno il 34,5% nel 2051. La percentuale di non autosufficienti cresce con l’età: il 9,7% tra i 70 e i 74 anni, il 44,5% per gli ultra ottantenni. Tutto questo porterà ad un incremento esponenziale dei costi di assistenza, anche se il rapporto non lo quantifica. A farsi carico del problema sono essenzialmente le famiglie per quanto riguarda la cura a casa, «ovvero in generale le donne (madri, mogli, nuore e figlie)». Un sistema che il rapporto, curato dal consulente del ministro Angelo Lino Del Favero, definisce di «Welfare invisibile» e che rischia di saltare, perché si ridurrà progressivamente il rapporto tra il numero di potenziali caregiver (persone tra 50 e 79 anni in grado di prestare il lavoro di cura nelle mura domestiche) e i non autosufficienti con più di 80 anni. Si scenderà infatti dall’at-tuale 18,5 al 6,5 nel 2050. Molti meno anziani potranno essere assistiti in casa «senza il ricorso a forme private di cura», cioè alle badanti, già «un elemento strutturale dell’assistenza agli anziani». Oggi sono almeno 774 mila, di cui 700 mila straniere e solo una su 3 ha un regolare contratto di lavoro, tanto che il rapporto propone agevolazioni fiscali per favorire l’emersione dal nero. Il 6,6% degli over 65 già utilizza una badante, il 10% al Nord. Le famiglie italiane spendono ogni anno «oltre 9miliardi per retribuire le badanti, più dei 6,3 miliardi spesi dallo Stato per le indennità di accompagnamento». Le due Italie. Per quanto riguarda l’assistenza pubblica si osserva invece, dice Sacconi nell’introduzione, che «una profonda spaccatura oppone due Italie: la prima a Nord della Capitale, la seconda comprende il Lazio e il Sud». Rispetto a una media nazionale del 3,2% di anziani non autosufficienti utenti dei servizi di ADI, Assistenza domiciliare integrata, in Friuli sono il 7,2%, in Veneto il 6,4%, contro l’1% della Sicilia e l’1,6% di Campania e Basilicata. Più in generale, tenendo conto anche degli altri servizi «emerge in tutta la sua forza che Veneto, Friuli- Venezia Giulia, Emilia Romagna e Lombardia “prendono in carico” a diverso titolo (in rapporto alla popolazione!) il triplo degli anziani non autosufficienti di Campania, Puglia e Calabria». Mentre le Regioni del Nord hanno ridotto drasticamente i posti letto per lungodegenti facendo crescere in parallelo la rete di servizi di assistenza per i non autosufficienti, nel Mezzogiorno «si riscontra una sovra offerta di presidi ospedalieri e posti letto per acuti, con disavanzi economici pesantissimi», «ricoveri ospedalieri impropri» e un servizio di bassa qualità. Non solo. «Nelle Regioni in cui vi è la maggior presenza di servizi (Nord) si registra la più bassa percentuale di pensioni di accompagnamento. Al contrario ove i servizi sono più carenti la pressione per ottenere invalidità e indennità di accompagnamento è superiore». Che cosa fare. In altri Paesi l’emergenza della non autosufficienza è stata affrontata con fondi dedicati. In Germania dal 1995 è attivo un fondo obbligatorio basato sui contributi di lavoratori e imprese. Nei Paesi Bassi il Fondo per la non autosufficienza esiste dal 1968. In Francia è stato istituito nel 2002, a carico della fiscalità generale. Da noi, dice il rapporto, «considerata l’esiguità di risorse pubbliche» si deve trovare «una strada italiana» ispirata alla «collaborazione tra sistema pubblico e sistema privato». Certamente, sottolinea Sacconi, bisogna proseguire sul taglio degli sprechi e «chiudere i piccoli ospedali costosi e pericolosi per la salute» e sviluppare la rete di servizi territoriali. Ma accanto a questo, dicono gli esperti del ministro, «risulta necessario ripensare il sistema dell’offerta e reperimento delle risorse». Convogliando sui fondi sanitari integrativi privati risorse che i cittadini già spendono «per fronteggiare situazioni di non autosufficienza e disabilità». In questo quadro «le strutture opereranno in uno scenario più competitivo, dovendo attrarre sia i finanziamenti pubblici sia le risorse private». Si avrebbe maggiore efficienza «senza smantellare il servizio sanitario nazionale». Il percorso da seguire potrebbe essere quello dei fondi integrativi previdenziali, partendo da accordi tra imprese e sindacati. In una prima fase l’adesione sarebbe volontaria, poi «potrebbero essere introdotti criteri di obbligatorietà con il consenso sociale e la condivisione di tutti i soggetti istituzionali interessati».

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